cultura e tradizione
I Pirati
Sin dai tempi remoti il paese era collegato col mare mediante
una stradina sinuosa ed impervia che, dopo aver superato le
colline, scendeva dal lato opposto e finiva nei pressi della
spiaggia. La zona era però deserta e invasa dalla malaria.
Infatti iniziando dalla Marina di Salve fino a Torre San
Giovanni era regno della criminosa anofele, debellata
definitivamente attraverso una bonifica integrale delle
nostre zone. Le colline intorno al mare erano ricche di
selvaggina, e pascoli. Tuttavia la povera gente vi si
spingeva quotidianamente per rifornirsi di legna e
raccogliere funghi, lumache, lamponi e erbe selvatiche.
Epoca di terrore per lo sbarco dei saraceni che usavano
assalire all’improvviso masserie vicino alla costa facendo
bottino di provviste, involando donne, uomini e ragazzi
validi per venderli sui mercati di Oriente come schiavi. Per
secoli le loro malefatte si estesero su tutto il Meridione
di Italia. Approdavano a piacimento e scendevano con veloci
scialuppe sulla terra ferma. Quanti bambini furono deportati
e non videro mai più i loro congiunti. Molte famiglie per
sfuggire il pericolo,emigravano in paesi dell’entroterra,
più sicuri, impoverendo in questo modo, la popolazione;
altri, legati angosciosamente alla terra natia, cercavano
con ogni mezzo , di arginare gli assalti improvvisi dei
pirati dotando le loro abitazioni di uno o più piombatoi
intorno alla porta di accesso. Quando si trattava di qualche
sparuto numero di aggressori, i cittadini si armavano e
correvano in aiuto agli assediati. I nostri vecchi
tramandano storie di molti casi risolti in questo modo. Così
come i Messapi che, pur guerreggiandosi tra loro, si
trovavano compatti davanti al nemico comune. Quelle specchie
che per un certo periodo di tempo erano state luoghi di
vedetta per segnalare l’approssimarsi alla spiaggia di navi
sospette, furono allontanate perché ritenute inutili, dal
momento che i pirati vi approdavano di notte, quando le
vedette non potevano scorgerli. Ecco perché furono edificate
Torri Vedetta lungo il litorale Ionico, ad una determinata
distanza l’una dall’altra. Nacquero così 40 torri nello
Ionio e 43 nell’Adriatico, con forme geometriche diverse.
Esse non avevano porta ma vi si accedeva da una finestra,
per mezzo di una scala retrattile per togliere subito
l’ingombro. Queste costruzioni, lontane dal centro abitato,
erano dotate di una cisterna per raccogliere l’acqua piovana
.Erano presidiate da più persone, tra cui i cavallai che,
per mezzo di veloci destrieri, davano allarme alla contrada,
mentre dalla torre si faceva elevare una fumata, tramite un
falò, per segnalare il pericolo alle torri vicine. Ma si
pose lo stesso problema avuto in precedenza, di notte
qualunque segnalazione era vana.
Tempi brutti e tristi, la miseria si diffondeva nel paese
perché i potenti dettavano leggi a loro favore e piacimento,
senza nessuno che potesse ostacolarli o limitarli in qualche
maniera. I contadini erano costretti a lavorare dal canto
del gallo fino al crepuscolo. Si lavorava sino a tarda età,
nonostante il sole e la fatica logorasse anima e corpo in
breve tempo. Le malattie mietevano vite umane, tubercolosi,
vaiolo, polmonite, malaria. Il nutrimento consisteva in poco
pane, fichi secchi, legumi erbe selvatiche. Molta gente, non
conosceva il sapore della carne di vitello, ma si nutriva di
carne di pecora e capra. Una fetta di maiale si riusciva ad
avere solo nei giorni di grande festa quali Natale o Pasqua.
La carne di cavallo invece si riusciva ad assaggiare in casi
di grave infortunio di cavalli o asini, quindi quando era
inevitabile il macello delle povere bestie. Nonostante le
privazioni e gli stenti però, il pudore era tenuto in grande
considerazione. Nessuno infrangeva le leggi dell’onestà.
Rapine, sequestri di persona, violenze varie erano
inconcepibili. Si registravano solo furti di olive o uva,
dettati unicamente dalla fame e dal bisogno. Si viveva in
promiscuità, in un’unica stanza fatiscente e maleodorante.














